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Matera

La città che parla dalla pietra viva 


A Matera la parlata non sembra uscire soltanto dalle persone: sembra risalire dalle pareti, dai vicoli, dai Sassi. Il tono locale appartiene all’area materana, dentro il sistema lucano ma con una fisionomia propria, segnata da una città che ha imparato a vivere nella pietra senza diventare mai muta. Non è una voce morbida o accomodante: ha una concretezza asciutta, una schiettezza che può sembrare ruvida da lontano e invece è spesso il modo più onesto di stare al mondo. 


Anche gli abitanti, in fondo, portano addosso questa stessa impronta: fieri, leggibili, capaci di accoglienza vera ma poco inclini a trasformarla in recita. Il carattere della città si ritrova bene anche fuori dalla lingua. Matera non vive solo di immagine, benché la sua immagine sia potentissima: vive di scalinate, porte, cortili, chiese rupestri, pane, lavoro, memoria e resistenza quotidiana. Anche la tavola parla la stessa lingua: pane di Matera, legumi, cialledda, carni, sapori di terra netti, poveri solo in apparenza, in realtà densissimi di identità. 


E pure le tradizioni, i riti religiosi, le abitudini di quartiere, il rapporto con il paesaggio murgiano e con il tempo lungo del luogo sembrano dire la stessa cosa: qui nulla è leggero, ma quasi tutto è vivo. A rendere Matera così fertile per una pagina di voci è proprio questa tensione continua tra materia e umanità.


 Qui può diventare protagonista una parola dialettale, ma anche un pane, una grotta, una festa, un gesto di vicinato, una memoria contadina, una figura di strada, un dettaglio di roccia che continua a modellare il comportamento delle persone. Matera non si racconta bene con la sola meraviglia visiva: comincia davvero quando la pietra smette di essere sfondo e torna a farsi voce. 


Matera resta come certe pareti antiche scavate bene: all’inizio le guardi, poi ti accorgi che da un pezzo stavano già parlando di te.

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