top of page

Reggio Calabria

La città guarda, lo Stretto e risponde


 A Reggio Calabria la parlata non può mai essere neutra, perché vive davanti a uno dei paesaggi più forti del Mediterraneo. Il nome che conta è reggino, e già questo basta a distinguere la voce locale sia da altre inflessioni calabresi sia dalle cadenze siciliane che pure stanno a un passo d’acqua. Qui il suono ha qualcosa di caldo, rapido, aperto, ma anche una tensione sottile, come se lo Stretto avesse insegnato alla lingua a stare sempre in relazione con un altrove visibilissimo. 


Anche gli abitanti, spesso, portano questa stessa energia: espansivi ma non facili da ridurre a un cliché, capaci di affetto immediato e insieme di orgoglio, ironia, memoria, resistenza. Il resto della città conferma il tono con chiarezza. Il lungomare, il mare frontale, le vie del centro, le tracce greche, i quartieri, il calore del sud e il vento dello Stretto costruiscono un luogo che non è soltanto bello: è esposto, vivo, continuamente attraversato da luce e movimento. Anche la tavola partecipa a questa intensità: pesce spada, fritti, bergamotto, dolci, cucina calabrese che qui sa unire costa, agrumi, sostanza e carattere. 


E pure le tradizioni, religiose e civili, le feste, i legami di vicinato, il rapporto costante con Messina e con il mare non stanno sullo sfondo: entrano nel modo in cui si parla, si mangia, si scherza, si appartiene. A rendere Reggio Calabria così ricca di possibili voci è proprio il fatto che qui ogni elemento sembra avere subito una carica identitaria fortissima. 


Può diventare protagonista una parola dialettale, ma anche un vento, un agrume, una devozione, una figura di quartiere, una scena di lungomare, una consuetudine familiare, un dettaglio dello Stretto che continua a modellare il carattere collettivo. Reggio Calabria non è una città da osservare da lontano: va sentita mentre risponde al paesaggio che ha davanti. 


Reggio Calabria resta come certe linee di costa viste attraverso lo Stretto: sembrano chiarissime, poi ti accorgi che dentro quella luce c’era già tutta una voce.

bottom of page