
Faenza
La città che modella anche il suono
A Faenza il carattere non si alza di tono: prende forma. La parlata locale è il faentino, dentro l’area romagnola ma con una fisionomia propria, più misurata di quanto ci si aspetterebbe da un’immagine stereotipata della Romagna. È una voce che sa essere schietta, certo, ma anche composta, quasi lavorata con la stessa pazienza con cui questa città ha imparato a trasformare la materia in stile.
Anche gli abitanti, in fondo, portano addosso questa doppia natura: franchi senza brutalità, cordiali senza invadenza, capaci di tenere insieme manualità, gusto e un’idea molto concreta delle cose. Del resto a Faenza il rapporto tra identità e gesto si vede dappertutto. Non solo nella ceramica, che qui non è un simbolo astratto ma una vera forma di memoria viva, ma anche nel modo in cui la città si muove tra piazze, botteghe, tavole e consuetudini quotidiane.
Perfino i sapori sembrano seguire lo stesso principio: cucina romagnola piena ma non greve, piadine, paste, carni, vini, una convivialità che non ha bisogno di esibirsi per risultare vera. E anche le tradizioni cittadine non sembrano mai folclore da mostrare: hanno ancora una presa concreta, come tutto ciò che continua a essere fatto e non solo ricordato. A rendere Faenza così fertile per una pagina di voci è proprio questa sua capacità di far nascere identità da più punti diversi.
Qui può diventare protagonista una parola, ma anche un mestiere, un oggetto, una tecnica, una festa, un’abitudine di quartiere, un dettaglio di tavola o di laboratorio. Faenza non separa facilmente lingua, mano e territorio: le tiene insieme, come fanno i luoghi che hanno imparato a dare forma alle cose senza svuotarle di vita.
Faenza parla come certe materie ben lavorate: sembra quieta, ma più la guardi da vicino più capisci quanta forza ci sia rimasta dentro.